Michelangelo Prati

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UN EROE E MARTIRE IRREDENTISTA

Michelangelo Prati, martire irredentista della prima guerra mondiale, ultimo di quattordici figli, nasce a Caldonazzo in Via Case Nuove il 27 agosto 1865 da Domenico Prati (1808-1867) geometra e amico del barone Giovanni a Prato e da Lucia Garbari (1819-1869) di nobili discendenze, fratello dei pittori Eugenio (1842-1907) e Giulio Cesare (1860-1940) e padre dello scultore Edmondo (1889-1970), del pittore Eriberto (1889-1970), e del musicista-violinista Italo (1899-1982).

La madre era figlia di Giuseppe Garbari di Vezzano e di Lucia de Negri di Calavino, sorella di Gioacchino Garbari, noto per il suo patriottismo irredentista e per essere stato sindaco di Caldonazzo per molti anni, obbligato all’esilio per evitare l’arresto dopo la ritirata del gen. Giacomo Medici e delle sue truppe nell’agosto del 1866 durante la terza guerra d’indipendenza.

In tenera età l’11 novembre 1867 rimane ben presto orfano di padre e il 10 aprile 1869 anche della madre.

Il nonno paterno, Stefano Prati nato il 16 febbraio 1763, sposato dapprima con Caterina Tomasi e poi in seconde nozze con Lucia Zamboni, sindaco di Caldonazzo dall’aprile 1797 all’aprile 1798 e consigliere comunale fino al 1805, è noto per essere stato spogliato dai francesi il 6 settembre 1796 durante la prima invasione napoleonica dei suoi indumenti inferiori scarpe e scalze, ai quali era andato incontro con il consiglio comunale al capitello dell’Ulba per un omaggio che doveva invano mitigare le loro intenzioni.

All’età di quattro anni, dopo la morte della madre, si trasferisce a Borgo Valsugana presso gli zii Francesca Prati e Pietro Zanetti, medico condotto, dove è allevato assieme al fratello Giulio, frequenta la scuola e vi rimane per diciotto anni.

Nel 1886 emigra in Brasile con i fratelli Leone, Stefano Probo e Anacleto dove a Porto Alegre conosce e sposa la brasiliana di origine germanica, Carolina Mattye, nata nel 1864 a Lajeado in Brasile e morta nel 1951 in Italia a Milano.

Michelangelo partecipa alla società con gli altri fratelli Leone, Stefano Probo e Anacleto che ottiene dei sub-appalti per la costruzione della ferrovia con l’Uruguay e il 17 aprile 1889 durante una sosta in questo paese a Paysandù nascono i due gemelli Edmondo e Eriberto.

Ritorna con la moglie e i due figli a Caldonazzo alla casa-molino alla fine del 1890 perché desideroso di dare un’educazione ai figli nel paese di origine e nel 1891 viene alla luce il terzo figlio Alfredo.

Successivamente nel 1895 emigra nuovamente in Brasile e si stabilisce a Uruguaiana, cittadina nel Rio grande do Sul, fondata nel 1846 e sul confine con l’Uruguay, dove nascono le figlie Sara, Lastenia, Edilia, Alice e l’ultimo figlio maschio Italo nel 1899, noto musicista, diplomatosi in violino al conservatorio di Milano, fa parte dell’orchestra di Toscaini e di Igor Stravinsky e suona anche alla Scala di Milano.

Michelangelo possiede una “chachera”, piccola fattoria ad Uruguaiana e negli intermezzi del suo lavoro suona il flauto e il “rebecon” contrabbasso divertendo il pubblico nelle osterie.

Nel 1906 torna definitivamente in Italia a Milano dove lavora un po’ e altrove, mentre ai primi di marzo del 1907, ritorna a Caldonazzo per i funerali del fratello Eugenio che, incurante del freddo, all’età di sessantacinque anni passa ancora le sue giornate a dipingere all’aperto per cogliere le sfumature cromatiche dei paesaggi trentini, si ammala gravemente di polmonite e l’8 marzo si spegne al molino lasciando incompiuta l’opera intitolata “La seconda madre” che avrebbe dovuto esporre alla mostra internazionale di Monaco di Baviera. Ad ottobre del 1907 i due figli gemelli Edmondo ed Eriberto, all’età di diciotto anni, emigrano in Uruguay in cerca di fortuna.

Nel luglio del 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale si trova a Bressanone e ritorna a Caldonazzo al molino presso il fratello Giulio e le sorelle Luigia ed Isabella.

Michelangelo è un irredentista patriottico ed è iscritto alla Lega Nazionale di Caldonazzo assieme a molti membri della famiglia Prati: i fratelli Eugenio, Anacleto, Benedetto e Giulio, il violinista e medico dott. Vittorio Prati, il cugino presidente della Lega di Caldonazzo ed ex sindaco Giuseppe Prati, classe 1851, con la moglie Angela Perini e le due figlie Pia (segretaria della lega e ritratta in un dipinto ad olio nel 1906 da Eugenio Prati) e Bianca, internate poi con il padre e la madre a Katzenau, il cugino ex sindaco Gustavo Prati che inaugura la stazione della ferrovia di Caldonazzo nell’aprile del 1896, Elia Prati, classe 1828, ex garibaldino con le due figlie Cesira ed Adina anch’esse internate a Katzenau, Clementino, Camillo, Giovanni, Angelina e Annita.

Il 2 giugno 1915 i fratelli Giulio, Luigia ed Isabella ricevono l’ordine perentorio di abbandonare entro tre giorni la casa-molino e di trasferirsi con tutta la famiglia in Moravia a Slusovice, seguendo le sorti di molti abitanti della Valsugana.

Michelangelo aiuta le due sorelle a portare via tutto dal molino e a sistemare le masserizie in casa della parente Lucia Prati Agostini, dove con mirabile sangue freddo tiene nascosto in soffitta Emanuele Curzel, disertore dell’esercito austro-ungarico in Galizia.

Dopo che i gendarmi austriaci riferiscono al fratello Giulio, che solo per il suo atto di eroismo nei confronti del finanziere austriaco di cui aveva salvato la vita, aveva evitato di essere internato nel Lager di Katzenau, comincia a temere anche lui di finire in un campo di internamento. Infatti, Michelangelo ha un carattere impulsivo ed incapace di reprimere i suoi sentimenti patriottici, tanto che è denunciato e il 20 dicembre 1914 è esonerato dalla direzione d’importanti lavori per la costruzione dei forti dell’altopiano di Lavarone.

Rifiuta i ripetuti inviti dei fratelli e della moglie Carolina di rifugiarsi a Milano dove vive con i sei figli Anacleto, Sara, Lastenia, Edilia, Alice e Italo e dove si sono rifugiati il fratelli Anacleto e Benedetto con le rispettive famiglie per non essere internati a Katzenau.

Michelangelo e i fratelli il 4 giugno vedono distruggere il molino dagli austro-ungarici con una carica di esplosivo, in quanto nelle immediate vicinanze passava la seconda linea di difesa. Si arrabbia e si reca dal Curzel, nascosto nella soffitta di Lucia Prati Agostini, e lo convince a darsi alla macchia, sicuro che in breve tempo i soldati italiani sarebbero arrivati a Caldonazzo.

Mentre Il fratello Giulio con la moglie, i figli e le sorelle partono il 5 giugno alle sei di mattina su un treno per il bestiame, con poche cose, per un viaggio della disperazione di quasi mille chilometri, durato tre giorni verso Slusovice in Moravia, Michelangelo Prati e il Curzel in quel giorno decidono di darsi alla macchia come partigiani e scelgono come nascondiglio una caverna presso il “Croz dell’Agola” sopra Caldonazzo sul monte Cimone all’altitudine di 800 m., trasportando nella notte diversi arredi, materassi, coperte, viveri, armi e munizioni. Sono muniti di due fucili entrambi, il Prati, ottimo cacciatore ha con sé una doppia ad avancarica nonché un fucile vecchio modello, il Curzel un Mauser austriaco e il proprio fucile da caccia.

La loro azione di guerriglia e di sabotaggio è abilmente descritta da Mario Garavelli nel giornale “Il Brennero” del 18 luglio 1934: “ha inizio una loro spietata guerriglia condotta con accanimento contro le opere militari austriache, guerriglia sorda ed ostinata, forse l’unica nel suo genere, sul fronte trentino.

Cavi telefonici e telegrafici tagliati, centraline di accumulatori distrutte, segnavia sviati, segnali capovolti, opere di rinforzo stradali crollate. Una volta spintisi fino alla fucine di Val Grande si munirono di seghe del ferro e poco dopo iniziarono il taglio dei cavi della teleferica di Monte Rovere, importante organismo per i servizi logistici dell’Altopiano.

Un infernale frastuono rimbombante nella vallata scosse gli abitanti di Caldonazzo e trovò spiegazione nel fatto che i vagoncini non più trattenuti dal cavo aereo, erano piombati nel fondovalle immobilizzando la teleferica per due giorni. La lotta senza quartiere fu condotta per mesi e mesi senza che gli standschützen riuscissero a por mano sugli audaci che imperterriti continuavano le loro gesta”.

Il 12 dicembre 1915 il monte Cimone è coperto da una folta nebbia e verso mezzogiorno il Curzel accende un fuoco sul “Croz dell’Agola” per preparare il pranzo ma, tradito da un’improvvisa schiarita e dalla legna umida per le recenti nevicate, non può impedire che la fumata sia vista dal caporalmaggiore della gendarmeria di Caldonazzo il boemo Gabloner.

Decidono di allontanarsi immediatamente prima che le pattuglie armate potessero arrestarli e scendono per i sentieri della valletta del Rio Centa e raggiungono i boschi della frazione di Santa Giuliana dove passa la linea austriaca Cima Vezzena – Panarotta. Per non lasciare traccia nel sottile strato di neve decidono di proseguire nelle gelide acque del fiume Brenta per alcuni chilometri fino nei pressi di Novaledo. Protetti dalle tenebre giungono al maso Brocher di Marter in località “Brustoladi” dove, essendo disabitato vi entrano per ripararsi dal freddo.

La presenza di alcune pagnotte italiane trovate su un tavolo li induce a credere di trovarsi in una zona sicura e prossima alla linea italiana e così decidono di passarvi la notte con l’intenzione di proseguire di buon mattino verso Borgo Valsugana. Alle prime ore del mattino, ritardano la partenza a causa di un forte dolore al ventre di Michelangelo, causato dalla camminata nelle fredde acque del Brenta, accendono un fuoco per riscaldarsi ed asciugare gli indumenti. Il fumo del fuoco che usciva dal camino diviene fatale per Michelangelo Prati perché è visto dalle postazioni militare sulla Panarotta.

E’ dato l’allarme e verso le 12.30 circa del 13 dicembre il maso è circondato da una pattuglia di quattro Landschützen rattemburghesi che intimano ai due di arrendersi e di uscire.

Immediatamente il Prati e il Curzel da due posizioni diverse cominciano a sparare per far credere di essere numerosi all’interno del maso. Lo scontro dura per un po’ di tempo finche gli austriaci decidono di incendiare il maso con una catasta di fascine; il fuoco lentamente si propaga e la casa sta per diventare un rogo. Nel frattempo Prati è colpito ad una guancia e pur ferito e sanguinante riesce a colpire ad un ginocchio Alois Janes, il comandante della pattuglia.

Ad un certo punto i due, per l’impossibilità di resistere al fuoco, decidono di uscire allo scoperto dalla casa in fiamme. “Sbara drito! Bisogn’ mazarne pu che se pol!” sono le ultime parole di Michelangelo dette al compagno prima di uscire allo scoperto. Il Curzel esce inosservato dalla parte opposta di quella controllata dai soldati e riesce a nascondersi in una buca, mentre il Prati si dirige verso il pozzo dove è colpito da dieci fucilate, tra cui due in pieno viso, e muore sul colpo.

Quando il Prati è visto esanime a terra la pattuglia si allontana per trasportare a braccia il caporale Janes all’ospedale di Levico. Il Curzel allora esce dal rifugio e costatato che il compagno è morto si avvia per il monte Armentera dove incontra i soldati italiani nella trincea della selletta di Puisle e riesce così a salvarsi.

Il giorno dopo una squadra di militari ritorna al Maso Brocher per cercare tra i ruderi il corpo del Curzel. Non lo trovano e allora la furia e la rabbia degli austriaci si abbatte sul povero corpo di Michelangelo Prati che è baionettato più volte, colpito con il calcio dei fucili, calpestato e deriso. Michelangelo poi è legato con un filo di ferro alla caviglia destra e trascinato per chilometri fino a Barco dove viene sepolto nella nuda terra.

Dopo innumerevoli ricerche del figlio Edmondo, che non riesce a darsi pace, la salma di Michelangelo è ritrovata ventuno anni dopo, solo il 4 febbraio 1936, sotto le chiome di un gelso vicino ad un letamaio da Achille Osler presso il suo cascinale di Barco nelle vicinanze di Levico, usato durante la guerra come distaccamento militare.

La Legione Trentina con il suo vicepresidente prof. Ezio Mosna sabato 19 aprile 1936 organizza una cerimonia di suffragio ai Brustoladi di Marter, nel luogo del sacrificio di Michelangelo Prati, con la presenza del generale Larcher, dei podestà di Trento, di Roncegno e di Caldonazzo, di numerose autorità, dei figli Edmondo, Sara, Edilia, Lastenia, dei fratelli Isabella e Giulio e del commilitone Emanuele Curzel.

Nello stesso giorno dopo la commemorazione è scoperta la lapide di marmo bianco murata sulla casa con la seguente epigrafe:

Nell’ardente clima del Littorio
rivive l’irredento Michelangelo Prati
ribelle all’Austria
che tutto osando senza nulla speranza
si batté da leone
contro una pattuglia nemica
preferendo la bella morte alla resa
Marter dicembre 1915

Nel pomeriggio la salma con la partecipazione di una folla numerosa viene tumulata nel cimitero di Caldonazzo. In quel giorno viene pubblicato per “l’Edizioni irredentismo eroico” un libro di 92 pagine a cura del giornalista Mario Paoli dal titolo Michelangelo Prati.

Nel 1956 Edmondo Prati (1889-1970), dopo la morte della madre Carolina, realizza un bassorilievo di bronzo dedicato ai genitori per la tomba di famiglia, con la frase “Onora il padre e la madre ed avrai bene sulla terra”. Negli anni settanta nella stessa tomba vengono sepolte anche le ceneri dello scultore Edmondo e del fratello gemello Eriberto, deceduti in Uruguay nel 1970.

Mario Garavelli così conclude il suo articolo del 18 febbraio 1936 sul “Brennero” dopo il ritrovamento della salma “Michelangelo Prati! La sua tempra magnifica di Trentino e d’Italiano dimostrerà adunque ancora una volta ai posteri rinnovellati in un’atmosfera ardente di puro patriottismo e di civiltà secolare che la Patria non si nega, si conquista!”

Trento, 5 gennaio 2004
Alberto Pattini

Maso Brocher a Marter in localita Brustoladi dove Michelangelo Prati fu ucciso il 13 dicembre 1915 Edmondo_Prati_Per_i_genitori_Cimitero_di_Caldonazzo_Bronzo_1951
Maso Brocher a Marter in località
Brustoladi dove Michelangelo
Prati fu ucciso il 13 dicembre 1915
Scultura cimiteriale della tomba
di Michelangelo Prati a Caldonazzo.
Bassorilievo di Edmondo Prati del 1956

Colaborazioni di Alberto Pattini

Per ricevere o dare informazioni scrivere a.pattini@libero.it

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